Il Tokyo International Film Festival mette al centro una figura che conosce bene il circuito dei grandi festival: Rolf de Heer presiederà la giuria della Competizione Internazionale della 39ª edizione. Non è una nomina di facciata. Parliamo di un autore con oltre quarant’anni di carriera, premi e selezioni in contesti pesanti, da Venezia a Cannes, passando per opere che hanno spesso incrociato il cinema d’autore più rigoroso e quello più apertamente politico o laterale. In altre parole: una scelta che dice qualcosa sul taglio che il festival vuole dare al confronto tra i film in gara.
La notizia ha un secondo livello, forse ancora più interessante per chi segue i festival come una mappa e non solo come un calendario. The Survival Of Kindness, film del 2022 di de Heer, sarà presentato a Tokyo nello spazio “Australia Spotlight”, una vetrina speciale dedicata al cinema australiano e realizzata in cooperazione con l’Ambasciata d’Australia in Giappone. Il film era già stato selezionato in competizione alla Berlinale: il suo passaggio a Tokyo non sembra quindi un ripiego, ma piuttosto un ulteriore giro di esposizione in un contesto che può rilanciarne la visibilità internazionale.
Perché questa nomina conta davvero
Quando un festival affida la presidenza della giuria a un regista con un profilo riconoscibile, non sta solo scegliendo un volto autorevole. Sta indicando il tipo di sensibilità con cui immagina verranno letti i film in gara. De Heer arriva con un percorso che attraversa titoli e tappe molto diverse: Bad Boy Bubby ha raccolto il Special Jury Prize e il FIPRESCI Prize a Venezia, The Quiet Room e Dance Me To My Song sono passati dalla competizione di Cannes, e Ten Canoes è entrato nella selezione ufficiale di Cannes vincendo il Special Jury Prize in Un Certain Regard.
Questo conta per il pubblico per un motivo semplice: la giuria non è un accessorio del festival, è uno dei suoi dispositivi più influenti. Il presidente non decide da solo, certo, ma orienta il tono del dibattito e contribuisce a definire quale tipo di cinema venga premiato, valorizzato o discusso. Con un autore come de Heer, il TIFF sembra puntare su una lettura ampia del cinema internazionale, meno legata alla sola “rispettabilità” e più attenta a visioni personali, coraggiose e magari anche scomode. Tutto molto elegante, ma non si parla comunque di un club per fare le smorfie davanti al cinema d’autore: qui i film in competizione saranno 15 e dovranno convincere una giuria che, per regolamento e per statura, non è lì per distribuire complimenti a pioggia.
Australia Spotlight: vetrina locale, eco globale
Il passaggio di The Survival Of Kindness nello spotlight australiano merita attenzione anche oltre la biografia del regista. Le sezioni speciali dei festival servono spesso a costruire connessioni: tra industria e pubblico, tra territori e mercato, tra opere già selezionate altrove e nuove platee. In questo caso, la collaborazione con l’Ambasciata d’Australia in Giappone suggerisce un’operazione di promozione culturale ben definita, che usa il festival come punto d’incontro tra identità nazionale e circuito internazionale.
Per gli spettatori, il valore è doppio. Da un lato si crea una finestra su un cinema che a Tokyo potrebbe arrivare con un contesto interpretativo chiaro; dall’altro, il film di de Heer torna a circolare in un ambiente prestigioso dopo il passaggio berlinese. Non sappiamo, dalle informazioni disponibili, se lo spotlight includa altri titoli o quali siano le modalità di programmazione più ampie della sezione: questo resta aperto. Ma il quadro è già abbastanza leggibile per capire che il TIFF non sta semplicemente “ospitando” un film, sta costruendo un piccolo discorso sul cinema australiano come area culturale da osservare con continuità.
C’è poi un aspetto pratico, spesso sottovalutato: la presenza di un autore molto noto alla guida della giuria può aumentare l’attenzione mediatica su tutta la competizione. In un festival, il nome del presidente funziona un po’ come una bussola per addetti ai lavori, pubblico e stampa. Se il profilo è solido, la selezione acquisisce subito un’aura di attenzione più alta. È un effetto che non garantisce qualità, ma può facilitare l’accesso del pubblico al racconto del festival, specialmente quando i titoli in gara provengono da paesi e cinematografie meno centrali.
Il punto del Salotto
La mossa del TIFF è intelligente perché unisce due livelli che spesso restano separati: la credibilità critica di un presidente di giuria e la capacità di usare le sezioni speciali per dare contesto ai film. De Heer, per curriculum e per identità autoriale, sembra una scelta coerente con un festival che vuole parlare di cinema come confronto tra visioni, non come semplice passerella. E il ritorno di The Survival Of Kindness in uno spazio dedicato al cinema australiano rafforza l’idea che i festival più interessanti oggi non si limitino a mostrare film, ma li inseriscano in una rete di relazioni culturali. La domanda aperta, semmai, è sempre la stessa: sapranno i film in competizione reggere un contesto così autorevole senza farsi schiacciare dalla cornice? A Tokyo, per una volta, il contorno promette di essere quasi importante quanto il piatto principale.
