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NAZA, la difesa dei documentaristi cambia il dibattito

L’IDA si schiera con i registi Yuval Abraham e Rachel Szor dopo le minacce arrivate da ambienti istituzionali israeliani. In gioco non c’è solo un film, ma il confine tra critica, sicurezza e libertà di espressione.

Michele “Kuro”
5 min di lettura
Due registi a un festival con fotografi e un clima di tensione sullo sfondo

Quando un documentario finisce al centro di una tempesta politica, la storia smette di essere solo cinematografica. È quello che sta accadendo intorno a NAZA, il film di Yuval Abraham e Rachel Szor premiato a Venezia e ora sotto pressione per il suo sguardo molto critico sulla condotta israeliana nella guerra a Gaza. La presa di posizione dell’International Documentary Association non è un semplice gesto di solidarietà di categoria: è un segnale che la questione ha superato il perimetro festivaliero ed è diventata un caso su libertà d’espressione, protezione delle fonti e rapporto tra potere politico e cinema documentario.

Il punto, per chi segue il cinema solo quando arriva in sala, è più ampio di quanto sembri. Nei documentari che lavorano su testimonianze riservate e materiali sensibili, il rischio non riguarda soltanto il giudizio sul contenuto: riguarda anche le conseguenze per chi firma il film e per chi ha parlato. Se le minacce riportate dalla fonte vengono confermate dagli sviluppi, il caso potrebbe diventare un precedente importante per il modo in cui i governi reagiscono alle opere scomode. E sì, ogni tanto una statuetta morale del dibattito pubblico pesa più di un tappeto rosso.

Perché la presa di posizione dell’IDA conta

La lettera di sostegno al documentario diffusa da un’organizzazione di settore
Immagine: Deadline

L’IDA ha chiesto al governo israeliano di ritirare le minacce contro i due registi e di fermare la campagna di intimidazione. Nel testo diffuso dall’organizzazione, il punto centrale non è la difesa delle tesi del film, ma la difesa del diritto dei filmmaker a non essere colpiti per aver realizzato un’opera critica. È un passaggio importante: anche ammettendo che il contenuto possa essere contestato, la replica istituzionale descritta nella fonte — accuse di tradimento, ipotesi di revoca della cittadinanza, pressione pubblica e proposte legislative punitive — alza il livello della controversia in modo che va oltre il normale dissenso.

Qui sta la vera posta in gioco per il pubblico. Se una parte del sistema politico risponde a un documentario con strumenti punitivi, il messaggio che arriva a chi lavora nel settore è chiaro: certi temi si toccano, ma con il rischio di pagarne il prezzo personale. È un problema che non riguarda solo Israele o Gaza; riguarda il documentario come forma, cioè il cinema che vive di fonti, testimonianze e accesso a informazioni che spesso non possono essere esposte senza protezione.

La nota dell’IDA richiama anche l’Article 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, sottolineando che limitazioni alla libertà di espressione devono essere previste dalla legge e proporzionate a un fine legittimo. È un argomento giuridico, non emotivo, e cambia il baricentro del dibattito: non si discute soltanto se NAZA abbia ragione o torto, ma se la risposta al film stia rispettando il perimetro della libertà di espressione.

Un caso che può pesare oltre il festival

La portata della vicenda aumenta se si guarda al sostegno raccolto finora: più di 250 firme, con nomi molto riconoscibili del cinema internazionale e del documentario. Questa adesione non dimostra che il film abbia ragione; dimostra però che una parte ampia dell’industria percepisce il caso come una minaccia potenziale alla libertà dei filmmaker. Quando si muovono figure di quel livello, la discussione esce dal recinto della singola opera e diventa una questione di principio.

C’è poi un elemento pratico che il pubblico non dovrebbe perdere di vista: la fonte parla di un possibile protesta a New York, fuori dal Lincoln Center, in coincidenza con la proiezione nordamericana del film. Anche questo dettaglio suggerisce che il documentario sta diventando un catalizzatore, un oggetto culturale che attira attorno a sé non solo letture critiche ma anche contestazioni organizzate. In termini di percezione pubblica, significa che il film rischia di essere discusso più per il contesto che per la sua costruzione formale, una dinamica molto comune quando il cinema intercetta guerre, identità nazionali e memoria dei conflitti.

Resta però una domanda aperta, e non è marginale: quanto del conflitto intorno a NAZA riguarda il contenuto del documentario e quanto il suo valore simbolico? La fonte riporta che il film si basa sulle testimonianze di 24 membri dell’intelligence e dell’esercito israeliani, con identità nascoste per proteggerli, e che l’esercito nega le accuse. Senza altre verifiche indipendenti non si può andare oltre: ciò che possiamo dire con certezza è che la disputa non è più solo cinematografica, ma anche istituzionale e politica.

Il punto del Salotto

La vicenda di NAZA conta perché ci ricorda una cosa che nel dibattito online si perde facilmente: un documentario non è soltanto un testo da approvare o bocciare, ma un atto che vive di fonti, responsabilità e protezioni. La risposta descritta dalla fonte è preoccupante non perché il film sia intoccabile, ma perché il dissenso sembra scivolare verso la punizione personale. E quando il messaggio che passa è “criticare costa caro”, a rimetterci non è un singolo titolo, ma la possibilità stessa di fare cinema d’inchiesta senza paura.

Per il pubblico, il caso è una cartina di tornasole: non chiede di scegliere una tifoseria, ma di capire se vogliamo un ecosistema culturale in cui le opere controverse si discutono, oppure si intimidiscono. E tra le due cose, per fortuna, c’è ancora una bella differenza.

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