Con Rose, Markus Schleinzer rimette al centro una storia che ha il sapore del passato ma il nervo scoperto del presente: una donna che, nel Seicento, cerca di rifarsi una vita fingendosi un soldato maschio dopo la Guerra dei Trent’anni. A portarla sullo schermo è Sandra Hüller, qui in una prova che la fonte descrive come uno dei suoi lavori più riusciti, e non è difficile capirne il motivo già dal perimetro del progetto: non un dramma di facciata, ma un racconto costruito sull’attrito tra identità, sopravvivenza e performance sociale.
Il film ha già fatto il suo percorso nei festival: ha debuttato a Berlino, dove Hüller ha vinto l’Orso d’argento per la miglior interpretazione protagonista, ed è poi passato da Telluride e dal New York Film Festival. Ora si prepara all’uscita nelle sale nordamericane con Mubi. Sono passaggi che contano, perché collocano Rose in quella fascia di cinema d’autore che non vive solo di trama, ma di reputazione critica, passaparola e curiosità per il modo in cui il film tiene insieme forma e contenuto.
Una storia storica che parla al presente

Schleinzer non ha costruito il progetto come un semplice costume drama. L’idea gli è arrivata da un episodio riferito da un amico: una donna era stata giustiziata 250 anni prima, nello stesso giorno, perché scoperta a vivere come un uomo. Da lì il regista ha cominciato a cercare altri casi simili, in epoche diverse, leggendo quelle vicende come segnali di qualcosa di più ampio: il rapporto tra controllo sociale e libertà individuale. È un punto importante, perché sposta il film dal terreno del “pezzo di storia curiosa” a quello di una riflessione sull’emarginazione e sulle persone costrette a negoziare la propria esistenza in ambienti ostili.
La fonte sottolinea anche l’intenzione dichiarata del regista: evitare l’effetto museo, cioè quel tipo di ricostruzione impeccabile ma fredda che guarda al passato come a una vetrina. Invece Rose viene pensato come qualcosa che parla del nostro tempo, e non solo per il tema dell’identità di genere. Il riferimento è più ampio: Schleinzer legge queste storie come atti politici quotidiani, in un presente in cui alcune comunità marginalizzate vivono ancora sotto pressione. Questo non significa che il film trasformi il suo personaggio in un manifesto, ma chiarisce l’ambizione: far sentire il peso delle scelte, non soltanto raccontarle.
Per il pubblico, il risultato potenziale è duplice. Da un lato c’è l’interesse per un personaggio storicamente situato ma narrativamente attuale; dall’altro c’è la promessa di un film che non semplifica il travestimento in chiave di trucco narrativo, bensì lo tratta come una forma di resistenza e di continuo adattamento. In tempi in cui il cinema storico rischia spesso di diventare solo arredamento pregiato, questa è già una differenza non da poco.
Sandra Hüller e la precisione del dettaglio

La lavorazione di Rose sembra essere stata costruita su un dialogo costante tra regista e attrice. Schleinzer racconta di aver seguito Hüller mentre ragionava su elementi come la voce o l’allenamento fisico, salvo poi capire che una soluzione troppo meccanica avrebbe rischiato di suonare falsa. Il punto non era “abbassare la voce” o applicare una checklist di trasformazioni, ma trovare una presenza credibile nel continuo slittamento tra ciò che il personaggio deve essere e ciò che può permettersi di mostrare.
Ed è qui che il film sembra trovare la sua forza: nella scelta di non puntare su un’interpretazione monolitica. La fonte insiste sul fatto che Hüller cambia registro di scena in scena, evitando la scorciatoia dell’effetto evidente. Per uno spettatore, questo tipo di approccio può fare la differenza tra un personaggio “spiegato” e un personaggio realmente vivo. E nel cinema, come sappiamo, la differenza tra i due non è mai piccola.
Conta anche il modo in cui il film è stato realizzato. Le riprese sono avvenute in location vicine al confine con la Germania Est, con set originali cercati da Schleinzer dopo lunghe ricognizioni a piedi. A questo si aggiungono la fotografia in bianco e nero di Gerald Kerkletz, il lavoro accurato su trucco e costumi e un umorismo secco che, a quanto emerge, lascia filtrare l’assurdità di certe situazioni senza sgonfiarne la tensione. Tutti elementi che suggeriscono un film molto consapevole della propria forma, ma non ingessato.
Resta un aspetto da tenere d’occhio: la fonte parla di un’accoglienza critica molto forte, ma non offre elementi per misurare quanto il film riesca a parlare a un pubblico più ampio fuori dal circuito festivaliero. È una domanda aperta che accompagna spesso i lavori più apprezzati dalla critica: quanto reggono quando escono dalla sala dei festival e incontrano spettatori meno preparati al loro linguaggio?
Il punto del Salotto
Rose sembra avere tutte le carte per essere uno di quei film che non si limitano a raccontare una storia del passato, ma usano il passato per mettere a fuoco il presente. Il rischio, con soggetti del genere, è sempre doppio: da una parte la retorica dell’eroina esemplare, dall’altra la bella confezione che copre un’idea debole. Qui, almeno per quanto le informazioni disponibili permettano di capire, Schleinzer punta invece su ambiguità, rigore e una messa in scena molto controllata.
La vera notizia, però, non è solo che Sandra Hüller sia di nuovo al centro di un ruolo importante. È che il film pare costruito intorno alla sua capacità di stare nel sottotesto, di rendere visibile la fatica del nascondersi senza trasformarla in esibizione. Se davvero Rose mantiene questa tensione per tutta la durata, allora non siamo davanti a un semplice altro titolo “da premio”, ma a un’opera che prova a dire qualcosa di concreto su come identità e sopravvivenza si intreccino quando il mondo intorno decide chi sei prima ancora che tu apra bocca.
