Antoinette Jadaone, regista e produttrice legata al film Sunshine, ha annunciato la nascita di Ilaya Ilaya, una nuova realtà produttiva che non vuole limitarsi al cinema. Nel pacchetto di partenza ci sono infatti film di genere, serie televisive originali e persino teatro immersivo. Tradotto in chiave molto semplice: non una sigla nata per fare volume, ma un tentativo di costruire un ecosistema creativo attorno a storie filippine che spesso faticano a trovare spazio nei circuiti più tradizionali.
Il progetto è guidato da Jadaone insieme alla collaboratrice di lunga data Reign Anne De Guzman. Il loro legame professionale viene da lontano, dai tempi in cui lavoravano entrambe a Star Cinema. Ed è un dettaglio importante, perché racconta una continuità rara: non un’operazione improvvisata, ma una struttura che nasce da un rapporto di fiducia consolidato e da una visione condivisa. Per il pubblico, questo conta più di quanto sembri, perché la coerenza tra chi sviluppa i progetti e chi li dirige spesso determina quanto un slate riesca davvero a mantenere una linea editoriale riconoscibile.
Un catalogo che punta su donne, generi e cinema filippino

La missione dichiarata di Ilaya Ilaya è abbastanza chiara da risultare quasi programmatica: sostenere il cinema filippino, le storie guidate da donne, i generi meno valorizzati e gli autori che fanno fatica a trovare appoggi al di fuori dei sistemi studio più tradizionali e dei cicli di finanziamento festivalieri. È una posizione che dice molto, perché individua il problema prima ancora delle singole opere: non basta avere buone idee, serve un ambiente che sappia accoglierle senza renderle subito “sicure” o addomesticate.
Nel film in sviluppo spicca Birdsong, horror found footage diretto da Pam Miras e scritto da Glenn Barit, con Irene Villamor come creative producer. La storia segue un’ornitologa che raggiunge una remota zona montana alla ricerca di un uccello mitico, mentre cerca anche una forma di chiusura dopo la scomparsa della compagna avvenuta dieci anni prima. Il progetto ha già vinto il Kantana Sound Studio Asian Project Award al Bangkok International Content Market 2026. Qui il punto non è solo il premio: è il segnale che un film di genere, soprattutto in un’area come l’horror, può trovare slancio anche prima dell’uscita se viene sostenuto da una rete industriale capace di riconoscerne il potenziale.
C’è poi Chandra Catacutan And The Curse Of The Fuchsia Moon, commedia soprannaturale pensata per Eugene Domingo e diretta da Tim Rone Villanueva. La premessa ruota attorno alla figlia maggiore di un manananggal, creatura del folklore filippino capace di separare il busto dalla parte inferiore del corpo. Il motore narrativo nasce da un incidente assurdo e molto specifico: la madre subisce un ictus in volo e non riesce più a ricongiungersi alla propria metà inferiore, riunendo così i figli attorno a una crisi del tutto fuori scala. È un’idea che parla di identità familiare e tradizione con un approccio pop, e proprio questo mix sembra stare molto a cuore alla nuova etichetta.
Dal grande schermo al teatro immersivo, senza perdere il controllo della storia
Ilaya Ilaya non si ferma al cinema. Nel slate c’è anche Crème de la Crème, un whodunnit di formazione diretto da Irene Emma Villamor e scritto da Glenn Barit da una storia di Natts Jadaone. Il film prende spunto in parte da un episodio del 2006 alla Philippine Science High School, in cui due studenti avrebbero messo nitrato di mercurio nella caraffa d’acqua di una compagna, impedendole di partecipare alla marcia di diploma. Senza entrare nel terreno della cronaca giudiziaria, il riferimento basta a capire il tono: non un semplice mistero, ma un racconto che intreccia adolescenza, violenza simbolica e memoria collettiva.
Jadaone tornerà anche alla regia con Boldstar, dark comedy con Angelica Panganiban e produzione di Bianca Balbuena. Il progetto, già passato da un premio al CJ Entertainment Prize e da una selezione al Berlinale European Co-Production Market, viene ora riattivato dopo vari rinvii. Le cause di questi stop includono la gravidanza di Panganiban, il lavoro di Jadaone su Sunshine e il ruolo dirigenziale di Balbuena in Anima Studios, ormai chiusa. Sono dettagli di produzione che contano più del glamour: raccontano quanto il cinema indipendente, anche quando ha visibilità, resti vulnerabile ai tempi della vita reale e alle strutture industriali attorno.
Fuori dal cinema, Ilaya Ilaya si muove anche sul fronte seriale con una romcom ancora senza titolo per Netflix Philippines, co-scritta con Fatrick Tabada. Non si conoscono trama e cast, ma il ritorno di Jadaone al romantic comedy è già di per sé un elemento interessante, perché quel registro l’ha resa una presenza molto riconoscibile nel panorama locale. In parallelo, il brand sta lavorando a un adattamento teatrale immersivo di Sunshine, con Maris Racal che riprende il ruolo per il suo debutto sul palco. L’idea è quella di trasformare il pubblico in partecipante, usando la struttura choose-your-own-adventure per far emergere i temi di agenzia, complicità e scelta in una forma diversa dal film.
Il punto del Salotto
Quello che rende interessante Ilaya Ilaya non è soltanto la quantità di progetti, ma la direzione che cercano di prendere tutti insieme. C’è un disegno curatoriale abbastanza leggibile: dare dignità produttiva a generi spesso considerati secondari, far circolare registe e autrici, e costruire opere che parlino a un pubblico filippino senza appiattirsi su formule standardizzate. In altre parole, qui l’ambizione non è “fare contenuti”, ma costruire contesto. E nel cinema, come ben sappiamo nel salotto, il contesto spesso decide se una buona idea resta sulla carta o arriva davvero a qualcuno.
Resta però una domanda aperta, e non piccola: quanto sarà solido questo modello nel tempo? Il slate è promettente, ma la vera prova sarà la capacità di tenere insieme sviluppo, finanziamenti, distribuzione e continuità creativa senza perdere quella specificità che oggi sembra il suo punto di forza. Se Ilaya Ilaya riuscirà a farlo, non sarà solo un nuovo marchio produttivo: potrebbe diventare un caso interessante di come si può ripensare il cinema di un paese partendo da voci, generi e pubblico, senza chiedere scusa per la propria identità.
