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Backrooms non vuole stare nel recinto dell’horror

Kane Parsons prende le distanze dall’etichetta horror per Backrooms e apre una domanda più interessante: come cambia il cinema quando nasce online e arriva in sala?

Michele “Kuro”
5 min di lettura
Kane Parsons sul palco di un panel con un grande schermo alle spalle e atmosfera da evento industry

Quando un film esplode al botteghino e arriva con un’eredità forte dal web, la tentazione di infilarlo subito in una casella è quasi automatica. Con Backrooms, però, Kane Parsons prova a spostare il discorso altrove: per lui non è un progetto horror, o almeno non nel modo in cui lo intende il marketing. E qui la notizia non sta solo nella presa di posizione in sé, ma nel fatto che tocca un nodo sempre più rilevante per il cinema contemporaneo: chi decide davvero come va letto un film?

Parsons ha parlato del tema durante un panel allo Zurich Summit, inserito in una discussione più ampia sulla ripresa del box office estivo. La sua posizione è netta: l’etichetta horror sarebbe, nelle sue parole, una scorciatoia comoda per distribuire e vendere il film, più che una definizione che rispecchia il lavoro creativo. In altre parole, il genere qui non è solo una questione di contenuti, ma anche di posizionamento. E, diciamolo, il marketing ama le etichette quasi quanto il pubblico ama discuterne.

Il dettaglio importante è che Parsons non contesta soltanto una classificazione estetica: suggerisce che quel recinto possa limitare il pubblico potenziale. Se un film viene percepito subito come horror, chi cerca altro potrebbe tenerlo fuori dal proprio radar. Questa è una considerazione tutt’altro che banale, perché mostra quanto il genere, oggi, funzioni anche come filtro commerciale. Non descrive solo cosa vedremo sullo schermo, ma anche chi potrebbe decidere di entrare in sala.

Dal web alla sala, senza perdere la propria identità

Il logo del panel con i relatori seduti su un palco durante la discussione sul box office
Immagine: Deadline

Backrooms nasce da un percorso che passa da una web-series ispirata ai contenuti creepypasta del web e arriva a un successo da 400 milioni di dollari. Dentro questo passaggio c’è già molto del cinema di oggi: fandom nati online, riconoscibilità costruita in rete e una distribuzione capace di trasformare un fenomeno digitale in un evento da grande schermo. Non è un caso che durante il panel sia stato citato anche il ruolo del film nella recente ripresa del box office, insieme ad altri titoli nati nell’ecosistema di YouTube.

Questo spostamento conta perché racconta un mercato in trasformazione. L’idea che una comunità online possa diventare una base di pubblico per le sale non è più un’ipotesi futuribile: è un modello che sta già producendo risultati misurabili. Per chi segue l’industria, la domanda interessante non è solo “ha funzionato?”, ma “perché ha funzionato proprio così?”. La risposta sembra stare in una combinazione di familiarità, curiosità e desiderio di vedere ampliato su schermo qualcosa nato in una forma più libera e frammentata.

Parsons ha anche lasciato intendere che in futuro avrà più controllo creativo, e che questo potrebbe rendere meno rigide certe strutture imposte dall’esterno. È un passaggio che merita attenzione, perché suggerisce un possibile cambio di equilibrio tra autore e apparato industriale. Quando un progetto nasce da una cultura digitale molto riconoscibile, la sfida è doppia: da un lato non disperdere l’identità originale, dall’altro non lasciare che la confezione finale appiattisca il significato dell’opera in un solo genere comodo da vendere.

Perché questa discussione va oltre un singolo film

Nel panel, i commenti degli altri partecipanti hanno allargato il quadro. È emersa l’idea che il successo di titoli come Backrooms sia legato anche a un rinnovato bisogno di esperienza collettiva: il piacere di tornare in sala, condividere reazioni, respirare lo stesso spazio. È un argomento che il cinema conosce bene, ma che negli ultimi anni si è dovuto rimodulare tra piattaforme, abitudini spezzate e pubblici più abituati a consumare contenuti in casa.

In questo senso, il caso Backrooms può essere letto come un test interessante. Se un film nato da un immaginario online riesce a richiamare spettatori al cinema, allora non stiamo parlando soltanto di un singolo exploit commerciale, ma di una possibile via di dialogo tra ecosistemi diversi. La sala non viene sostituita dal web, e il web non resta un semplice serbatoio di idee: i due mondi si alimentano a vicenda. È una lezione che l’industria sembra aver intuito, ma che continua a verificare titolo dopo titolo.

Resta però una domanda aperta: quanto conta davvero la definizione di genere quando il pubblico arriva già con aspettative formate da anni di cultura internet? Probabilmente molto, ma non in modo assoluto. Un film come Backrooms sembra muoversi proprio in quello spazio intermedio dove il linguaggio promozionale prova a semplificare e l’esperienza del pubblico prova invece a complicare. Ed è lì che spesso nascono i casi più interessanti.

Il punto del Salotto

La posizione di Parsons è convincente non perché neghi l’ovvio, ma perché richiama l’attenzione su un punto spesso trascurato: chiamare un film con un genere preciso non è un gesto neutro. Può essere utile per il mercato, ma può anche restringere la percezione dell’opera prima ancora che venga vista. Nel caso di Backrooms, la forza della notizia sta proprio qui: il successo del film non sembra dipendere solo dalla sua appartenenza a una categoria, ma dalla sua capacità di attraversarla.

Per il pubblico, questo significa che il modo in cui un film viene presentato può influenzare quanto sia facile, o difficile, avvicinarsi a qualcosa di diverso dalle aspettative. Per l’industria, invece, il caso conferma che le etichette servono, ma non bastano più. E forse è una bella notizia: se il cinema vuole restare curioso, deve accettare di essere un po’ meno prevedibile anche nel modo in cui racconta se stesso.

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