Un fantasma che si risveglia nella Patagonia dopo un secolo di prigionia non è esattamente un punto di partenza timido. Ma Erratics, esordio nel lungometraggio del cileno Thomas Woodroffe, sembra costruito proprio per stare in quel territorio di confine in cui il racconto non vuole limitarsi a “dire cosa succede”, bensì a far convivere immaginario, paesaggio e memoria. Il film debutta in prima mondiale alla sezione New Directors del Festival di San Sebastián, e già questo collocamento dice molto: non un titolo da grande lancio commerciale, ma un’opera che punta chiaramente a farsi leggere come ricerca autoriale.
La premessa, per quanto essenziale, è già sufficiente a far scattare il radar cinefilo: il protagonista è il fantasma del regista francese Lucien Castelnau, che si risveglia negli scenari della Patagonia, dove ha trascorso un secolo intrappolato. La sintesi della fonte parla di un intreccio tra speculative fiction, ghost cinema e quella che viene definita hauntology patagonica. Tradotto in termini meno accademici: Erratics sembra voler usare il genere non come contenitore rigido, ma come modo per interrogare il rapporto tra luoghi, identità e tracce del passato. E quando un film sceglie una premessa del genere, la domanda non è solo “come finisce?”, ma anche “cosa vuole farci percepire mentre ci arriva?”.
Un debutto che punta sull’atmosfera, non sulla sicurezza
La collocazione in una sezione come New Directors è già un indizio utile per capire il tipo di scommessa. San Sebastián, in questo caso, non sta semplicemente ospitando un film: lo sta inserendo in un contesto che storicamente valorizza voci nuove e linguaggi non immediati. Questo significa che Erratics arriva con un profilo più vicino al cinema d’autore che al prodotto pensato per spiegarsi da solo in dieci secondi di trailer.
Il punto interessante, per il pubblico, è che una base narrativa tanto particolare può funzionare in due direzioni opposte. Da un lato offre un terreno ricco per il cinema sensoriale e simbolico: la Patagonia non è solo sfondo, ma probabile elemento drammaturgico; il fantasma non è solo personaggio, ma possibile lente sul tempo e sulla memoria. Dall’altro lato, un impianto del genere rischia di appoggiarsi troppo alla promessa di “stranezza”, senza trasformarla in un percorso narrativo solido. Il fatto che la fonte insista su un miscuglio di suggestioni, più che su una trama articolata, lascia intendere che il film sia ancora da leggere soprattutto come esperienza di tono e visione.
C’è poi un aspetto che merita attenzione: il riferimento a Denis Lavant, citato nella fonte insieme al progetto. Anche senza forzare oltre ciò che è confermato, basta il suo nome a evocare un certo immaginario europeo legato a corpi fuori asse, personaggi marginali e cinema che lavora molto sulla presenza fisica dell’attore. Se Woodroffe lo ha coinvolto davvero nel proprio esordio, la scelta avrebbe un senso molto preciso: suggerire che il film non vuole soltanto raccontare un fantasma, ma affidare al corpo dell’interprete una dimensione straniante e quasi materica. Resta però da vedere come questa componente si tradurrà nel film finito, perché il casting, da solo, non garantisce l’equilibrio del risultato. Purtroppo il cinema non si fa per contratto, altrimenti saremmo tutti a posto.
Perché questo film può interessare anche chi non segue i festival
Il valore di un titolo come Erratics non sta soltanto nella sua collocazione festivaliera. Per il pubblico italiano e internazionale che segue il cinema di genere, il film sembra inserirsi in una tendenza più ampia: quella di opere che prendono l’orrore, il fantastico o il soprannaturale e li usano per parlare di territori, memoria storica e identità culturale. Non è un caso che la fonte sottolinei l’elemento “ghost cinema” insieme alla dimensione geografica. Qui il fantasma non è solo una figura narrativa convenzionale, ma uno strumento per mettere in relazione un passato sospeso e un presente che deve ancora trovare il suo centro.
Questa impostazione può attrarre chi cerca nel cinema qualcosa di meno lineare e più evocativo, ma porta anche con sé un limite pratico: i film che lavorano su ambiguità e stratificazione non sempre comunicano bene fuori dal circuito festivaliero. Per il pubblico generalista, il rischio è che il progetto appaia volutamente criptico; per quello più appassionato, invece, la sfida sarà capire se dietro l’idea forte c’è un impianto capace di reggere l’intera durata del film. È una differenza importante, perché non basta mettere insieme un regista fantasma, un paesaggio remoto e un lessico teorico affascinante per ottenere automaticamente un’opera memorabile.
Un’altra domanda aperta riguarda il rapporto tra la componente speculative fiction e quella più propriamente “spettrale”. La sintesi disponibile parla di contaminazione, ma non chiarisce quale dei due registri guiderà davvero il film. Sarà un racconto sospeso verso il fantastico, oppure una meditazione più astratta sul tempo e sull’assenza? E ancora: il paesaggio patagonico sarà trattato come scenario realistico o come spazio mentale? Sono questioni tutt’altro che secondarie, perché da queste scelte dipenderà la tenuta del progetto.
Il punto del Salotto
La sensazione, leggendo quanto è disponibile, è che Erratics sia uno di quei debutti pensati per dividere con intelligenza: promette immaginario, stratificazione e un certo gusto per il perturbante, ma chiede al pubblico di accettare una partenza poco accomodante. Ed è proprio qui che si misura il suo interesse editoriale. Non tanto nell’idea “strana” in sé, quanto nella possibilità che questa stranezza venga usata per costruire un discorso preciso su memoria, luogo e identità. Il nostro giudizio, allo stato delle informazioni, è quindi prudente ma curioso: il film sembra avere un’identità forte sulla carta, e proprio per questo merita attenzione. Resta da verificare se saprà trasformare la sua atmosfera in una vera architettura narrativa, invece di fermarsi al fascino dell’enigma. E no, non è una piccola differenza.
