Il Zurich Film Festival sta provando a fare una cosa apparentemente semplice e in realtà piuttosto rara: crescere senza allargarsi troppo. In un settore che spesso misura il successo a colpi di numeri, la manifestazione svizzera insiste su un modello più selettivo, quasi da club ben organizzato, con l’obiettivo dichiarato di restare snella, attraente per l’industria e abbastanza vicina a Hollywood da contare davvero.
La scelta non è solo estetica. Dopo il management buyout completato nel luglio 2025, il festival è entrato in una nuova fase di controllo diretto da parte dei suoi proprietari, tra cui la direttrice Reta Guetg e l’amministratore delegato Christian Jungen. Il passaggio ha cambiato il quadro strategico: più autonomia, più velocità decisionale, ma anche la responsabilità di definire con chiarezza cosa ZFF voglia essere nei prossimi anni. La risposta, per ora, sembra puntare tutto sulla coerenza: rimanere piccolo, flessibile e riconoscibile.
Un festival che sceglie la scala giusta
La linea emersa è netta: Zurigo non vuole inseguire il modello dei grandi appuntamenti come Cannes o Toronto. Questo non significa rinunciare all’ambizione, ma ridefinirla. ZFF si presenta come un luogo in cui i film possono trovare visibilità presso il pubblico e, soprattutto, presso l’industria. In pratica, una vetrina che prova a posizionarsi come seconda casa per i titoli con potenziale da premi, invece che come arena di massa.
È una scommessa interessante perché va contro un riflesso molto comune nel mondo dei festival: pensare che più spazio equivalga automaticamente a più peso. Qui il ragionamento è l’opposto. Una dimensione più contenuta permette incontri più mirati, tempi più umani e un contesto in cui i talenti non si disperdono nel rumore di fondo. In una stagione autunnale già piena di appuntamenti, questo può essere un vantaggio reale. Non glamour da poster, ma utilità concreta. Che, nel cinema, non è poco.
Questo approccio si vede anche nella natura del Zurich Summit, la conferenza industriale del festival, che negli ultimi anni è diventata uno dei suoi asset più riconoscibili. L’idea è semplice: riunire dirigenti, finanziatori, rappresentanti di agenzie e piattaforme in un ambiente più raccolto, per discutere tendenze, modelli di finanziamento e questioni che toccano tutto il settore. È qui che il festival prova a spostarsi dal ruolo di semplice vetrina a quello di piattaforma di conversazione.
Il Summit come termometro dell’industria
Il fatto che il Summit venga descritto come una sorta di “Davos del cinema” dice molto sul posizionamento cercato da Zurigo. Non è solo una formula ad effetto: l’evento punta a essere un punto d’aggregazione per nomi che contano davvero nel circuito internazionale, e l’edizione di quest’anno conferma questa intenzione con una lista di ospiti molto orientata all’industria, oltre a presenze legate a creatività, distribuzione e nuove piattaforme.
Il dato più interessante, però, non è solo chi arriva, ma perché. ZFF cerca di mettere sul tavolo temi che non sono più di nicchia. L’intelligenza artificiale, per esempio, non viene trattata come un argomento futuribile da panel decorativo, ma come una questione che ha già scosso il dibattito internazionale. Il caso della presentazione di Tilly Norwood ha mostrato quanto il festival possa diventare, volendo o no, un punto di innesco per una discussione globale. E questo per un evento europeo non è banale: significa uscire dal perimetro locale e incidere nel discorso professionale più ampio.
Per il pubblico, questa strategia ha una conseguenza chiara: il festival non vive soltanto di titoli in programma, ma anche di reputazione. Se gli addetti ai lavori considerano Zurigo un luogo utile per capire dove va il settore, allora il valore dell’evento cresce anche al di fuori della sala. È un effetto a cascata che i festival più piccoli cercano spesso, ma che pochi riescono a consolidare davvero.
Programmazione, relazioni e identità
La selezione di quest’anno aiuta a leggere questa identità. Tra le anteprime europee e i titoli in arrivo ci sono film firmati da autori molto noti e una lista di talenti che include nomi di primo piano. Il messaggio è chiaro: ZFF vuole essere un luogo dove il cinema commerciale, il cinema d’autore e la conversazione industriale possono convivere senza sembrare tre feste separate nello stesso albergo.
Ma la parte più delicata è forse un’altra: l’equilibrio tra apertura e controllo. Dopo il buyout, la priorità dichiarata è preservare il “DNA” del festival, cioè la sua agilità e la capacità di adattarsi. È un’espressione che in molti usano, spesso troppo facilmente. Qui però ha un significato preciso: non appesantire il festival con la tentazione di fare tutto, ovunque, per chiunque. In altre parole, non confondere la visibilità con l’identità.
Interessante anche la relazione con Hollywood, definita come una forma di sostegno informale ma concreta, utile a far crescere il Summit e a rafforzare il profilo internazionale del festival. In un ecosistema dove i rapporti pesano quasi quanto i comunicati, questa rete di contatti è parte del capitale del progetto. E spiega perché Zurigo possa aspirare a essere “tendy” senza trasformarsi in una macchina ingestibile.
Il punto del Salotto
La notizia, in sostanza, è che Zurigo non sta inseguendo la grandezza per inerzia, ma sta cercando una definizione precisa del proprio ruolo. Ed è una scelta sensata. Nel circuito dei festival, la dimensione non è un premio di consolazione: può essere un vantaggio competitivo se viene usata bene. ZFF sembra aver capito che la sua forza non sta nel battere i colossi sul loro terreno, ma nel offrire qualcosa di diverso: selezione, relazioni ravvicinate, attenzione ai temi dell’industria e una posizione abbastanza elastica da stare dentro il dibattito globale senza perdere il proprio carattere.
La domanda aperta, semmai, è se questa identità riuscirà a reggere nel tempo senza diventare una formula ripetuta a memoria. Per ora la direzione appare chiara: meno gigantismo, più precisione. E nel cinema, spesso, è proprio la precisione a far arrivare lontano.
