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Resident Evil (2026): comicità riuscita, identità smarrita

La recensione del film Resident Evil (2026) di Zach Cregger: comicità ben dosata, richiami ai giochi e una storia che convince meno. Il voto GamesCafe è 7,2.

Michele “Kuro”
8 min di lettura
Bryan affronta una minaccia in una scena del film Resident Evil del 2026

La componente comica del nuovo Resident Evil di Zach Cregger è divertente e interessante, presente quanto basta per alleggerire la tensione senza trasformare il film in una parodia. Eppure, uscendo dalla sala, resta una domanda difficile da scacciare: perché chiamarlo Resident Evil? Tolti Raccoon City, il virus T e alcune strizzate d’occhio ai giochi, questa storia avrebbe potuto portare quasi qualunque altro titolo.

Sony Pictures lo presenta come una nuova vicenda ambientata nel franchise. Il protagonista non è Leon, Jill o Claire, ma Bryan, un corriere medico interpretato da Austin Abrams, costretto a sopravvivere a una notte di caos. Una prospettiva inedita non è di per sé un problema. Una saga può crescere anche lontano dai volti conosciuti. Qui, però, il cambio di prospettiva non è accompagnato da un mondo o da una storia abbastanza caratterizzati da dare peso al nome che compare sulla locandina.

La sinossi ufficiale chiarisce anche che Cregger ha scritto il film con Shay Hatten e che nel cast figurano Zach Cherry, Kali Reis e Paul Walter Hauser. Questa autonomia rispetto ai personaggi storici dei giochi potrebbe essere un punto di forza: permette a chiunque di entrare nella vicenda senza conoscere la cronologia della serie. Il nostro dubbio non riguarda quindi l’assenza di una trasposizione scena per scena, ma il ruolo che il mondo di Resident Evil finisce per avere in una storia nuova.

Poster ufficiale del film Resident Evil del 2026
Poster ufficiale © Sony Pictures.

Mi ha fatto sorridere. Ma Raccoon City e il virus T non bastano a farne un vero Resident Evil.

Il trailer ufficiale

Trailer ufficiale di Resident Evil (2026) © Sony Pictures.

La comicità trova la misura giusta

L’aspetto più riuscito è proprio quello che poteva essere più rischioso. Le battute e le reazioni assurde non invadono ogni scena: interrompono la pressione al momento opportuno e fanno sorridere senza cancellare del tutto la paura. Bryan è un uomo impreparato davanti a qualcosa di troppo grande; che reagisca anche con incredulità è più interessante di un eroismo impeccabile. La comicità funziona perché nasce da quella sproporzione, non perché il film debba cercare una risata a ogni costo.

Questo equilibrio conta ancora di più in un film che porta un nome associato all’orrore e alla sopravvivenza. Se la risata avesse occupato ogni pausa, avrebbe ridotto la minaccia a una gag; se fosse stata assente, il tono avrebbe perso ciò che qui gli dà una voce riconoscibile. Ho trovato la parte comica divertente proprio perché si ferma prima di esagerare. È un merito concreto, anche se non può, da solo, dare profondità a ciò che accade fra un momento e l’altro.

Anche Multiplayer.it vede nell’incrocio fra horror e commedia uno dei punti di forza. Per me Cregger si ferma dalla parte giusta del limite. Il film resta un’avventura horror, con una vena comica abbastanza presente da dargli personalità, ma non tanto da diventare ingombrante.

I piccoli richiami non fanno un’identità

Ci sono dettagli che un giocatore riconosce e apprezza. I lucchetti che non cedono nemmeno sparando sono un esempio perfetto: un particolare quasi ridicolo, che proprio per questo fa sorridere chi conosce la logica della serie. Anche Raccoon City e il virus T sono segnali familiari. Sono tocchi piacevoli, non una struttura portante.

È utile distinguere fra citazione e identità. Una citazione produce il piacere immediato del riconoscimento; l’identità richiede che la minaccia, il luogo e le conseguenze della vicenda rendano questa storia difficilmente separabile dal mondo che la ospita. Nel film, secondo noi, spesso basterebbe cambiare alcuni nomi e oggetti di scena perché la corsa di Bryan possa svolgersi altrove. È qui che il divertimento del dettaglio non riesce a trasformarsi in un legame più profondo.

Everyeye apprezza la scelta di tradurre soprattutto le sensazioni del gioco — l’esplorazione, la vulnerabilità, il pericolo dietro l’angolo — invece di ripeterne la trama. È una lettura sensata. Ma si può riconoscere quel lavoro e continuare a sentire la mancanza di un legame più sostanziale con Resident Evil. I riferimenti fanno l’occhiolino al pubblico; non bastano, da soli, a convincerci che questa storia avesse bisogno di essere raccontata sotto questo marchio.

Non chiediamo neppure che un film riproduca la struttura di un videogioco: cinema e interazione hanno tempi e strumenti diversi. È possibile apprezzare il tentativo di trasferire la sensazione di vulnerabilità e, allo stesso tempo, trovare debole il modo in cui viene costruito il mondo attorno al protagonista. Questo è il punto in cui la nostra lettura si separa da quelle più entusiaste: il richiamo a una partita è percepibile, ma non sostituisce lo spessore che ci aspettavamo da Raccoon City.

Che cosa voleva adattare Cregger?

In una conversazione con il Blog PlayStation, Cregger ha spiegato di aver preso come riferimento il viaggio di un personaggio da un luogo all’altro, la gestione delle risorse e l’aumento progressivo del pericolo. Ha collocato la sua storia più o meno nel mondo di Resident Evil 2, scegliendo però un’altra persona invece di riscrivere la vicenda di Leon. È un’intenzione precisa, non una distrazione rispetto ai giochi.

Conoscere quell’intenzione aiuta a giudicare il film per ciò che cerca di fare. La mia critica rimane: un percorso che ricorda l’esperienza di gioco non rende automaticamente memorabile il contesto in cui si svolge. Una nuova prospettiva su Raccoon City poteva ampliare l’universo della saga; qui, a visione finita, ho sentito più l’eco dei suoi meccanismi che la presenza di un mondo narrativo altrettanto solido. È una differenza di aspettative, ma soprattutto di risultato percepito.

Il problema non è raccontare una storia nuova. È darle troppo poco passato per farla restare.

Una storia troppo semplice per il peso del nome

Il problema più grande è la scrittura. La trama procede, ma ci è sembrata banale; il background è esile e lascia poco spazio per conoscere davvero il contesto e i personaggi. Il film sa spingere in avanti Bryan, meno farci sentire che intorno a lui esista un universo narrativo con una consistenza propria. Quando il ritmo è alto, questa mancanza si avverte meno. Appena ci si ferma a pensare a ciò che rimane oltre la corsa, pesa di più.

Una storia semplice non è necessariamente una storia debole. In un horror può servire a tenere l’attenzione sul pericolo immediato. Qui, però, la semplicità ci è parsa anche una rinuncia: qualche elemento in più sul contesto e sulle persone avrebbe dato peso alla notte che stiamo attraversando. Non si tratta di chiedere spiegazioni per ogni evento o una lezione sulla lore, ma un motivo più forte per ricordare questa vicenda quando la corsa finisce.

Non chiediamo la presenza obbligatoria dei protagonisti dei videogiochi. Chiediamo che il titolo Resident Evil significhi qualcosa di più di un’ambientazione, un virus e alcuni scherzi per chi tiene il pad in mano da anni. La riuscita della parte comica suggerisce che il film avrebbe potuto funzionare anche come horror originale, libero dal confronto con una saga che qui viene evocata più di quanto venga sviluppata.

Per chi funziona, e per chi può deludere

Chi desidera un horror di sopravvivenza autonomo, con una vena comica ben dosata, può trovare un film piacevole da seguire anche senza conoscere la serie. Chi invece si aspetta che il nome Resident Evil determini davvero la storia, e non soltanto alcuni suoi segni riconoscibili, potrebbe uscire con la nostra stessa perplessità. Si può apprezzare il film e continuare a dubitare dell’adattamento: la media dei dieci criteri, 7,2, riflette proprio questa doppia impressione.

Spoiler sul finale: il richiamo al Tyrant

Attenzione: da qui si parla della creatura finale. Il mostro sembra voler richiamare l’idea del Tyrant, ma nella nostra lettura ne conserva ben poco. Più che completare il rapporto con la saga, accentua la sensazione di un riferimento appoggiato sul finale: riconoscibile come intenzione, poco convincente come incarnazione di una delle presenze più forti dell’immaginario Resident Evil. È un esempio del limite che attraversa il film: ci sono i segni della serie, ma raramente la sua identità.

Mi sono divertito a guardarlo. Continuo però a chiedermi perché dovesse chiamarsi Resident Evil.

Il giudizio

Gli effetti visivi e il trucco (10) e la fotografia e scenografia (9) sono le voci più alte della valutazione. La parte comica fa sorridere, ma l’equilibrio complessivo fra horror e comicità si ferma a 6. La storia con poco background e soprattutto l’identità Resident Evil (5) restano i limiti principali. Più che un film della saga, sembra un horror autonomo che ne usa alcuni dettagli. La media aritmetica dei dieci criteri è 7,2 su 10: un film piacevole da guardare che non scioglie il dubbio sul nome che porta.

Aggiornato il:
7.2 TOTAL SCORE Very Good

Resident Evil (2026)

0 Out of 5

Based on 0 Users

Regia 8
Sceneggiatura e dialoghi 6
Personaggi e interpretazioni 7
Montaggio e ritmo 8
Fotografia e scenografia 9
Sonoro e colonna sonora 6
Effetti visivi e trucco 10
Tensione e atmosfera horror 7
Equilibrio tra horror e comicità 6
Identità Resident Evil 5
PRO
  • Comicità divertente e ben dosata
  • Dettagli dei giochi capaci di far sorridere
  • La vena ironica non diventa mai eccessiva
CONTRO
  • Storia banale e poco background
  • Legame superficiale con la saga
Il verdetto

La comicità è divertente e ben dosata; alcuni dettagli dei giochi fanno sorridere. La storia, però, è banale e offre poco background. Raccoon City e il virus T non bastano a far sentire questo film davvero Resident Evil. Il richiamo alla creatura finale convince poco.

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Resident Evil (2026): comicità riuscita, identità smarrita

La recensione del film Resident Evil (2026) di Zach Cregger: comicità ben dosata, richiami ai giochi e una storia che convince meno. Il voto GamesCafe è 7,2.

Michele “Kuro”
8 min di lettura
Bryan affronta una minaccia in una scena del film Resident Evil del 2026

La componente comica del nuovo Resident Evil di Zach Cregger è divertente e interessante, presente quanto basta per alleggerire la tensione senza trasformare il film in una parodia. Eppure, uscendo dalla sala, resta una domanda difficile da scacciare: perché chiamarlo Resident Evil? Tolti Raccoon City, il virus T e alcune strizzate d’occhio ai giochi, questa storia avrebbe potuto portare quasi qualunque altro titolo.

Sony Pictures lo presenta come una nuova vicenda ambientata nel franchise. Il protagonista non è Leon, Jill o Claire, ma Bryan, un corriere medico interpretato da Austin Abrams, costretto a sopravvivere a una notte di caos. Una prospettiva inedita non è di per sé un problema. Una saga può crescere anche lontano dai volti conosciuti. Qui, però, il cambio di prospettiva non è accompagnato da un mondo o da una storia abbastanza caratterizzati da dare peso al nome che compare sulla locandina.

La sinossi ufficiale chiarisce anche che Cregger ha scritto il film con Shay Hatten e che nel cast figurano Zach Cherry, Kali Reis e Paul Walter Hauser. Questa autonomia rispetto ai personaggi storici dei giochi potrebbe essere un punto di forza: permette a chiunque di entrare nella vicenda senza conoscere la cronologia della serie. Il nostro dubbio non riguarda quindi l’assenza di una trasposizione scena per scena, ma il ruolo che il mondo di Resident Evil finisce per avere in una storia nuova.

Poster ufficiale del film Resident Evil del 2026
Poster ufficiale © Sony Pictures.

Mi ha fatto sorridere. Ma Raccoon City e il virus T non bastano a farne un vero Resident Evil.

Il trailer ufficiale

Trailer ufficiale di Resident Evil (2026) © Sony Pictures.

La comicità trova la misura giusta

L’aspetto più riuscito è proprio quello che poteva essere più rischioso. Le battute e le reazioni assurde non invadono ogni scena: interrompono la pressione al momento opportuno e fanno sorridere senza cancellare del tutto la paura. Bryan è un uomo impreparato davanti a qualcosa di troppo grande; che reagisca anche con incredulità è più interessante di un eroismo impeccabile. La comicità funziona perché nasce da quella sproporzione, non perché il film debba cercare una risata a ogni costo.

Questo equilibrio conta ancora di più in un film che porta un nome associato all’orrore e alla sopravvivenza. Se la risata avesse occupato ogni pausa, avrebbe ridotto la minaccia a una gag; se fosse stata assente, il tono avrebbe perso ciò che qui gli dà una voce riconoscibile. Ho trovato la parte comica divertente proprio perché si ferma prima di esagerare. È un merito concreto, anche se non può, da solo, dare profondità a ciò che accade fra un momento e l’altro.

Anche Multiplayer.it vede nell’incrocio fra horror e commedia uno dei punti di forza. Per me Cregger si ferma dalla parte giusta del limite. Il film resta un’avventura horror, con una vena comica abbastanza presente da dargli personalità, ma non tanto da diventare ingombrante.

I piccoli richiami non fanno un’identità

Ci sono dettagli che un giocatore riconosce e apprezza. I lucchetti che non cedono nemmeno sparando sono un esempio perfetto: un particolare quasi ridicolo, che proprio per questo fa sorridere chi conosce la logica della serie. Anche Raccoon City e il virus T sono segnali familiari. Sono tocchi piacevoli, non una struttura portante.

È utile distinguere fra citazione e identità. Una citazione produce il piacere immediato del riconoscimento; l’identità richiede che la minaccia, il luogo e le conseguenze della vicenda rendano questa storia difficilmente separabile dal mondo che la ospita. Nel film, secondo noi, spesso basterebbe cambiare alcuni nomi e oggetti di scena perché la corsa di Bryan possa svolgersi altrove. È qui che il divertimento del dettaglio non riesce a trasformarsi in un legame più profondo.

Everyeye apprezza la scelta di tradurre soprattutto le sensazioni del gioco — l’esplorazione, la vulnerabilità, il pericolo dietro l’angolo — invece di ripeterne la trama. È una lettura sensata. Ma si può riconoscere quel lavoro e continuare a sentire la mancanza di un legame più sostanziale con Resident Evil. I riferimenti fanno l’occhiolino al pubblico; non bastano, da soli, a convincerci che questa storia avesse bisogno di essere raccontata sotto questo marchio.

Non chiediamo neppure che un film riproduca la struttura di un videogioco: cinema e interazione hanno tempi e strumenti diversi. È possibile apprezzare il tentativo di trasferire la sensazione di vulnerabilità e, allo stesso tempo, trovare debole il modo in cui viene costruito il mondo attorno al protagonista. Questo è il punto in cui la nostra lettura si separa da quelle più entusiaste: il richiamo a una partita è percepibile, ma non sostituisce lo spessore che ci aspettavamo da Raccoon City.

Che cosa voleva adattare Cregger?

In una conversazione con il Blog PlayStation, Cregger ha spiegato di aver preso come riferimento il viaggio di un personaggio da un luogo all’altro, la gestione delle risorse e l’aumento progressivo del pericolo. Ha collocato la sua storia più o meno nel mondo di Resident Evil 2, scegliendo però un’altra persona invece di riscrivere la vicenda di Leon. È un’intenzione precisa, non una distrazione rispetto ai giochi.

Conoscere quell’intenzione aiuta a giudicare il film per ciò che cerca di fare. La mia critica rimane: un percorso che ricorda l’esperienza di gioco non rende automaticamente memorabile il contesto in cui si svolge. Una nuova prospettiva su Raccoon City poteva ampliare l’universo della saga; qui, a visione finita, ho sentito più l’eco dei suoi meccanismi che la presenza di un mondo narrativo altrettanto solido. È una differenza di aspettative, ma soprattutto di risultato percepito.

Il problema non è raccontare una storia nuova. È darle troppo poco passato per farla restare.

Una storia troppo semplice per il peso del nome

Il problema più grande è la scrittura. La trama procede, ma ci è sembrata banale; il background è esile e lascia poco spazio per conoscere davvero il contesto e i personaggi. Il film sa spingere in avanti Bryan, meno farci sentire che intorno a lui esista un universo narrativo con una consistenza propria. Quando il ritmo è alto, questa mancanza si avverte meno. Appena ci si ferma a pensare a ciò che rimane oltre la corsa, pesa di più.

Una storia semplice non è necessariamente una storia debole. In un horror può servire a tenere l’attenzione sul pericolo immediato. Qui, però, la semplicità ci è parsa anche una rinuncia: qualche elemento in più sul contesto e sulle persone avrebbe dato peso alla notte che stiamo attraversando. Non si tratta di chiedere spiegazioni per ogni evento o una lezione sulla lore, ma un motivo più forte per ricordare questa vicenda quando la corsa finisce.

Non chiediamo la presenza obbligatoria dei protagonisti dei videogiochi. Chiediamo che il titolo Resident Evil significhi qualcosa di più di un’ambientazione, un virus e alcuni scherzi per chi tiene il pad in mano da anni. La riuscita della parte comica suggerisce che il film avrebbe potuto funzionare anche come horror originale, libero dal confronto con una saga che qui viene evocata più di quanto venga sviluppata.

Per chi funziona, e per chi può deludere

Chi desidera un horror di sopravvivenza autonomo, con una vena comica ben dosata, può trovare un film piacevole da seguire anche senza conoscere la serie. Chi invece si aspetta che il nome Resident Evil determini davvero la storia, e non soltanto alcuni suoi segni riconoscibili, potrebbe uscire con la nostra stessa perplessità. Si può apprezzare il film e continuare a dubitare dell’adattamento: la media dei dieci criteri, 7,2, riflette proprio questa doppia impressione.

Spoiler sul finale: il richiamo al Tyrant

Attenzione: da qui si parla della creatura finale. Il mostro sembra voler richiamare l’idea del Tyrant, ma nella nostra lettura ne conserva ben poco. Più che completare il rapporto con la saga, accentua la sensazione di un riferimento appoggiato sul finale: riconoscibile come intenzione, poco convincente come incarnazione di una delle presenze più forti dell’immaginario Resident Evil. È un esempio del limite che attraversa il film: ci sono i segni della serie, ma raramente la sua identità.

Mi sono divertito a guardarlo. Continuo però a chiedermi perché dovesse chiamarsi Resident Evil.

Il giudizio

Gli effetti visivi e il trucco (10) e la fotografia e scenografia (9) sono le voci più alte della valutazione. La parte comica fa sorridere, ma l’equilibrio complessivo fra horror e comicità si ferma a 6. La storia con poco background e soprattutto l’identità Resident Evil (5) restano i limiti principali. Più che un film della saga, sembra un horror autonomo che ne usa alcuni dettagli. La media aritmetica dei dieci criteri è 7,2 su 10: un film piacevole da guardare che non scioglie il dubbio sul nome che porta.

Aggiornato il:
7.2 TOTAL SCORE Very Good

Resident Evil (2026)

0 Out of 5

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Regia 8
Sceneggiatura e dialoghi 6
Personaggi e interpretazioni 7
Montaggio e ritmo 8
Fotografia e scenografia 9
Sonoro e colonna sonora 6
Effetti visivi e trucco 10
Tensione e atmosfera horror 7
Equilibrio tra horror e comicità 6
Identità Resident Evil 5
PRO
  • Comicità divertente e ben dosata
  • Dettagli dei giochi capaci di far sorridere
  • La vena ironica non diventa mai eccessiva
CONTRO
  • Storia banale e poco background
  • Legame superficiale con la saga
Il verdetto

La comicità è divertente e ben dosata; alcuni dettagli dei giochi fanno sorridere. La storia, però, è banale e offre poco background. Raccoon City e il virus T non bastano a far sentire questo film davvero Resident Evil. Il richiamo alla creatura finale convince poco.

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