Quando un film decide di raccontare Ted Kaczynski, la trappola è immediata: o si riduce tutto al mostro, o si prova a spiegare troppo, finendo per semplificare ancora di più. Unabomber, il thriller psicologico di Janus Metz, sceglie la seconda strada e concentra lo sguardo su un momento preciso della vita di Kaczynski: gli anni da studente ad Harvard e il passaggio, nel presente narrativo degli anni Novanta, alla sua cattura in Montana.
La materia, sulla carta, è ricca. C’è un giovane prodigio della matematica, c’è uno studio psicologico brutale condotto dal professore Henry Murray, c’è l’idea che quell’esperienza abbia contribuito a irrigidire il pensiero di Kaczynski fino alla deriva terroristica, e c’è poi il lavoro investigativo dell’FBI. Il problema, però, non è la quantità di elementi: è il modo in cui vengono messi insieme. Il film costruisce un doppio binario che promette profondità, ma finisce per procedere per formule riconoscibili, senza arrivare a un vero scavo.
Harvard come origine del mito, non come spiegazione

La parte ambientata negli anni Cinquanta è la più interessante in astratto, perché prova a collocare il giovane Kaczynski dentro un ambiente dove l’intelligenza viene osservata, manipolata e in parte sfruttata. L’idea che l’università, in quegli anni, fosse anche un luogo di collusione tra accademia e apparati governativi dà al racconto un sottotesto storico preciso: il timore del comunismo, la pressione della Guerra fredda, la ricerca di strumenti per “irrobustire” il Paese contro una minaccia percepita come esistenziale.
È un contesto che potrebbe parlare anche al pubblico di oggi, perché rende visibile un meccanismo ancora attuale: quando le istituzioni provano a studiare, indirizzare o piegare le persone, il confine tra ricerca e abuso si assottiglia parecchio. Però il film, stando al ritratto critico, non riesce a trasformare questo spunto in una vera argomentazione. Il risultato è un racconto che allude alla nascita di una radicalizzazione, ma non la rende davvero leggibile. E qui si sente forte il limite di un approccio che preferisce suggerire il trauma anziché costruirne il peso.
Jacob Tremblay interpreta il giovane Kaczynski e il suo lavoro, per quanto somigliante nell’aspetto, viene descritto come incapace di restituire la complessità interiore del personaggio. Il punto non è soltanto recitativo: è proprio la scrittura a non offrirgli appigli solidi. Se un film vuole mostrare la trasformazione di un ragazzo brillante in un futuro assassino, serve almeno una progressione emotiva credibile. Qui, invece, il rischio è di scambiare l’irritazione per minaccia e la fragilità per presagio. Non è esattamente una scorciatoia elegante.
La caccia dell’FBI aggiunge trama, non spessore
L’altra metà del film segue gli ultimi giorni prima della cattura di Kaczynski e mette in scena l’indagine federale. Anche in questo caso l’idea avrebbe un suo peso: vedere come un manifesto, alcune tracce e la lettura dei comportamenti possano diventare strumenti di caccia. È il classico punto in cui un true crime potrebbe riflettere non solo su chi viene braccato, ma anche su come una società tenta di dare ordine al caos.
Qui però la struttura investigativa viene descritta come generica, quasi meccanica. I passaggi più convenzionali dell’indagine sembrano incollati su un materiale che avrebbe richiesto più precisione. Shailene Woodley, nei panni dell’agente Joanne, prova a dare consistenza al personaggio, ma il film le offre poco spazio per farlo davvero. Il problema, di nuovo, non è la presenza di un volto noto o di una figura femminile funzionale alla trama: è l’assenza di un punto di vista che renda l’indagine necessaria, non soltanto obbligatoria.
Interessante, semmai, il fatto che il film provi a umanizzare Joanne nel finale con un momento di sollievo e commozione. È una scelta che potrebbe funzionare se costruita con maggiore originalità, ma qui viene letta come un richiamo troppo evidente a un modello già visto. E quando un epilogo vuole commuovere senza aver preparato bene il terreno, la scena rischia di sembrare una scorciatoia emotiva invece che una conclusione guadagnata.
Cast e limiti: quando il potenziale resta sulla carta
Russell Crowe interpreta Henry Murray come un professore affabile ma opaco, di quelli che sembrano interessati al talento del ragazzo senza però rinunciare alla parte più predatoria del proprio ruolo. È una linea che, almeno in teoria, potrebbe offrire tensione. Il punto è che il film non porta mai davvero Crowe e Tremblay al confronto diretto che avrebbe potuto accendere la narrazione. Il conflitto resta più dichiarato che vissuto.
Anche questo è un aspetto utile da tenere a mente per chi segue il cinema di genere legato ai fatti reali: non basta scegliere un caso famoso per ottenere automaticamente profondità. Se la regia e la sceneggiatura non trasformano il materiale in una domanda forte, il rischio è di arrivare in fondo con la sensazione di aver attraversato una cronaca ordinata, ma poco illuminante. Unabomber sembra voler dire qualcosa sull’origine del male e sulla sua cattura, ma finisce per restare nel mezzo, cioè nel punto meno interessante.
Il punto del Salotto
Il dato più evidente, guardando a questa valutazione, è che Unabomber non fallisce per mancanza di ambizione, ma per mancanza di incisività. L’idea di intrecciare formazione del radicalismo e indagine finale è solida; la conseguenza per lo spettatore, però, è un film che promette complessità e consegna soprattutto schemi. Per un pubblico curioso di true crime e drammi psicologici, il limite è chiaro: il contesto storico c’è, le domande ci sono, ma le risposte arrivano troppo in fretta o troppo genericamente.
In altre parole, il film prova a spiegare Kaczynski senza mai avvicinarsi abbastanza al suo mistero. E quando un racconto sul perché qualcuno diventa ciò che diventa si accontenta di “mettere in fila i fatti”, il risultato somiglia più a un compito svolto correttamente che a un vero film capace di lasciare il segno. Non poco, ma decisamente meno di quanto il materiale avrebbe permesso.
